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Shoah, il ricordo per evitare l’orrore del male

25 novembre 2016

L’impegno del Consiglio regionale della Basilicata affinché quanto accaduto a milioni di persone che hanno subito le atrocità dello sterminio di massa e delle deportazioni non diventi un avvenimento lontano nel tempo

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(ACR) - 27 gennaio, una giorno per non dimenticare le vittime della Shoah, una tragedia avvenuta nella prima metà del Novecento. Tristi pagine di storia con al centro brutalità, ingiustizia e intolleranza e verso le quali è giusto e doveroso conservare memoria. Un impegno a cui sono chiamati in prima linea le comunità educanti, il mondo dell’associazionismo e le istituzioni dopo che il Parlamento italiano ha approvato un’apposita legge che ha istituito il “Giorno della Memoria” in ricordo del massacro e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Il recupero della memoria non è mai un passo facile, tantomeno tranquillizzante, ma sicuramente necessario. Un atto di giustizia verso le tante vittime, un bisogno di verità da tutelare e sui cui riflettere sempre, come ci insegnano le parole di “Se questo è un uomo” (1) di Primo Levi: “Meditate che questo è stato. Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore. Stando in casa andando per via. Coricandovi alzandovi. Ripetetele ai vostri figli…”. Un impegno importante affinché mai più un pregiudizio legato al colore della pelle, al credo religioso, al convincimento politico confini l’umanità in una spirale di male e dolore. Un dovere da trasmettere di generazione in generazione e colto dal Consiglio regionale della Basilicata. Da due anni, la struttura di coordinamento informazione, comunicazione ed eventi sta organizzando percorsi didattici per favorire lo studio degli eventi storici che hanno segnato l’Italia tra il 1939 e il 1947, con incontri, preparazione di elaborati e visite di studenti nei luoghi emblematici dell’Olocausto.

Per il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Francesco Mollica, progetti come questi contribuiscono ad affermare il valore di un principio: l’importanza della conoscenza. “Come scriveva Primo Levi, ricorda il Presidente, ‘Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario’. E così, riflettere sulla Shoah diventa uno dei modi per vigilare sul pericolo che simili atrocità possano ancora accadere, vuol dire risvegliare le coscienze e rievocare, senza retorica ma con intelligenza costruttiva, gli orrori del passato, vuol dire combattere l’arroganza di ritenere che la propria visione della vita sia da imporre all’altro. Istituzioni e scuola insieme, afferma soddisfatto il Presidente del Consiglio regionale della Basilicata, per ricordare quanto siano fondamentali concetti quali uguaglianza e accettazione dell’altro nel progetto di costruzione di una società sempre più democratica e moderna”.

Un percorso di conoscenza che gli studenti degli istituti superiori della Basilicata (Iis Fortunato di Marconia di Pisticci, indirizzo agrario e alberghiero; Liceo Scientifico Duni di Matera; Iis Carlo Levi di Grassano; Iis Nitti e Racioppi di Potenza; Iis Gasparrini di Melfi; Liceo artistico musicale e Liceo Scientifico Galilei di Potenza) che hanno aderito al progetto hanno vissuto con grande interesse. Circa 320 alunni, coadiuvati dai docenti, hanno approfondito vari aspetti storici legati alla vicenda della Shoah componendo poesie, progettando video, scattando foto, scrivendo e interpretando piece teatrali.

“Insegnare Auschwitz, come sostiene Laura Tussi, docente, ricercatrice e giornalista, significa trasmettere consapevolezza alle giovani generazioni di quelle mostruosità che l’uomo è riuscito a mettere in atto, guidato da un potere diabolico, perché sappiamo che determinate situazioni possono ripetersi, forse non identiche, ma con esiti altrettanto devastanti, e per questo il sistema formativo e le istituzioni devono indurre i giovani a riflettere sul tema delle minoranze, sulla pericolosità delle estremizzazioni, mettendo a contatto tutte le generazioni con i testimoni e avviando un processo di trasmissione della memoria storica che abbia come base un insegnamento etico e civile e responsabile”. (2) Insegnamenti concreti, partendo dal dialogo e tenendosi lontani dalla trappola dei rituali celebrativi, come più volte ribadito dai relatori intervenuti alle diverse manifestazioni organizzate dal Consiglio regionale tenutesi a Matera e Potenza, durante l’inverno scorso, alla presenza di Irene Baratta della Fondazione Museo della Shoah di Roma e Marcello Pezzetti, direttore scientifico del Museo della Shoah di Roma.

“‘La Giornata della Memoria’, sostiene Pezzetti, non deve diventare una celebrazione, perché ciò significherebbe perdere il suo significato autentico. Noi dobbiamo impegnarci affinché si diffonda la piena consapevolezza di quanto avvenne. Questo è particolarmente importante nel nostro paese perché l’Italia, a differenza di altri Stati, come la Germania, non ha ancora sviluppato una vera presa di coscienza sulla Shoah. Per vent’anni non se ne è parlato perché era necessario ricostruire materialmente e moralmente una società distrutta. In seguito, ci si è concentrati sulle responsabilità degli altri, considerando la Shoah un affare tra tedeschi ed ebrei, come se questi ultimi costituissero un’entità senza nulla in comune con l’Italia, autoassolvendosi dalle proprie colpe. Da alcuni anni a questa parte qualcosa è cambiato e ci si muove nella direzione giusta. Se il ‘Giorno della Memoria’ diventa una celebrazione, rischia di fermarsi a livello simbolico e superficiale. Rimane comunque utile perché rappresenta un momento di riflessione, ma deve costituire solo la punta di uno studio molto più solido, che venga svolto prima di tutto nelle scuole”.


“Dalla conoscenza del passato alla riflessione sulle Shoah di oggi”

La memoria della Shoah oltre ad essere un dovere verso il passato di tanti uomini, donne e bambini che hanno subito le leggi razziali, le deportazioni, la fame, le violenze e sono stati privati di ogni diritto, è il modo per tenersi lontani da simili malvagità. E su questo concetto che hanno lavorato gli studenti dell’istituto Nitti di Potenza e Ipsc Racioppi, sempre di Potenza, realizzando un prodotto multimediale. “Con il video ‘Dalla conoscenza del passato alla riflessione sulle Shoah di oggi’, hanno spiegato i ragazzi, abbiamo voluto ricordare a noi stessi tristi pagine della storia, quando con un malvagio progetto antisemita si è deciso di annientare tutti coloro ritenuti appartenenti a minoranze per inseguire l’assurda idea della razza pura. Ci siamo resi conti che nonostante la ‘lezione’ della Shoah, l’antisemitismo rimane la parola d’ordine dei proliferanti movimenti neonazisti e perdura come pregiudizio e diffidenza in moltissime persone che non si dichiarerebbero mai antisemite. Con il nostro progetto si è data attenzione al presente mediante l’analisi di forme di ‘razzismo quotidiano’ che spesso si traducono in atti violenti, discriminazioni di genere, indifferenza per l’altro, simboli tutti di una povertà culturale morale e civile degli individui. Il razzismo, è bene ricordarlo, non è stato accantonato con i campi di concentramento, ma continua a presentarsi oggi in ‘nuove forme di Shoah’”. “Abbiamo compreso, hanno detto i ragazzi, che siamo tenuti a respingere le tentazioni dell’intolleranza in tutte le sue forme, condividendo quanto scritto da Primo Levi ‘A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ogni straniero è nemico. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager’”.
“Il giorno della memoria non è una celebrazione rituale che si ferma al 27 gennaio, ha sottolineato Irene Baratta, della Fondazione Museo della Shoah di Roma. È una tappa di un percorso di riflessioni che sono rivolte alle vostre persone, ai diritti di cittadinanza, alla libertà di pensiero. Il giorno della memoria ha un valore pedagogico immenso, perché anche oggi c’è uno scontro di valori che voi dovete difendere. Difendete la cultura, difendete queste libertà, fatelo con il dialogo, con la memoria, non basta vedere un film. E alla memoria deve accompagnarsi la conoscenza puntuale della storia, non basta commuoversi, bisogna coltivare la memoria”.


“Clessidra paradossale” e il “Segnalibro indelebile”

E sul concetto di memoria hanno lavorato gli studenti del Liceo artistico di Potenza, presentando il progetto la “Clessidra paradossale” e il “Segnalibro indelebile”. “La clessidra, simbolo del tempo che scorre

11.4.2016_La delegazione lucana visita il campo di Auschwitz

© 2013 - 11.4.2016_La delegazione lucana visita il campo di Auschwitz

in modo inesorabile e ineluttabile, hanno fatto notare i ragazzi, raffigura in modo simbolico le persone uccise dai nazisti che vengono riportate in vita attraverso il ricordo. Essa ha un particolare meccanismo che fa sì che i granelli di sabbia, invece di scendere verso il basso, salgono verso l’alto, da qui deriva il nome ‘Clessidra paradossale’. L’orologio a sabbia rappresenta, appunto, un paradosso perché quei granelli che procedono verso l’alto sono pezzi di memoria che si manifestano prepotentemente alla nostra coscienza, affinché ciò che è stato non possa più essere”. “Per rappresentare il nostro ‘Segnalibro indelebile’, hanno spiegato ancora gli studenti, ci siamo ispirati alla citazione di Primo Levi: ‘L'olocausto è una pagina dell’Umanità da cui non dovremmo mai togliere il segnalibro della memoria’”. I ragazzi, con questo progetto, hanno inteso richiamare l’attenzione sul “silenzio cieco e assordante che negli anni governati dal desiderio assurdo di rendere il mondo monocolore e mono razza ha reso possibile che tutto quello spregevole male fosse concepito e concretizzato. Quel silenzio che è stato più forte e più spaventoso di qualsiasi forno o fucilazione. Un silenzio determinato dall’indifferenza e dall’inerzia dilaganti in quegli anni. Un silenzio che abbiamo colto nelle parole degli anziani da noi intervistati. Uomini e donne che hanno vissuto quel dramma, che ci hanno fatto scoprire come si viveva in tempo di guerra e durante il fascismo e che non sapeva, all’epoca, assolutamente nulla sui campi di concentramento e di sterminio”. “Ci ha colpito, hanno sottolineato i ragazzi, la forza di quel silenzio e l’indifferenza che hanno lasciato impunite azioni criminali e inascoltate grida di dolore di quella gente martoriata e straziata nel corpo e nella psiche”.


Comprendere è impossibile, conoscere è necessario”

Alimentare il fuoco dell’emozione, è stato, invece, l’obiettivo che si son dati gli studenti dell’Istituto tecnico agrario “Giuseppe Cerabona” di Marconia. Al termine del viaggio nei luoghi della memoria, i ragazzi hanno prodotto un video “Comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Passato e presente si mescolano in oltre 11 minuti di emozioni, scanditi da tristi note musicali. Le immagini crude, in bianco e nero si alternano a riprese girate durante il viaggio che, seppur a colore, trasmettono tutto il grigiore di quei luoghi avvolti dalla pazzia umana. Un mix di immagini che abbracciano il passato e il presente, come spiegato dagli studenti, per creare un profondo rapporto con i luoghi e con la loro memoria. “Abbiamo voluto rianimare il passato e far parlare gli spazi e gli oggetti”. Al centro del filmato il processo di Norimberga contro gli ufficiali nazisti, riconoscibile anche solo con il nome della città tedesca in cui fu celebrato e che consegnò alla storia la memoria di cosa furono i crimini nazisti e l'Olocausto. “Quel processo che come scrive Rebecca West (3) , giornalista e romanziera, autrice di ‘Serra con ciclamini. Il processo di Norimberga e la rinascita economica della Germania’, si rivelò un tradimento delle speranze che aveva suscitato, perché condotto da funzionari malati dalla stanchezza lasciata da una grande guerra, frequentato solo da una manciata di spettatori, inadeguatamente coperto dalla stampa, costantemente frainteso e che finì per non imprimere un’immagine chiara sull’animo delle persone che avrebbe dovuto raggiungere. Ma, se pure fu uno di quegli eventi che non diventano un’esperienza, ebbe pur sempre un suo valore di monito”. Lo stesso valore che i ragazzi hanno dato ad un evento che molti critici hanno definito “la più grande farsa giuridica della storia”. “I Verdetti e le condanne di tale processo, mai come oggi, affermano i ragazzi nel video, non sono da considerare la fine di questa storia, ma costituiscono, invece, un’eredità importante in quanto offre spunti di riflessione che spingono i popoli a tenere sempre vivo il sacro valore della libertà e del rispetto dell’altro. Un processo che è stato ed è un monito ai popoli affinché non vivano l’egida di un uomo ma sotto quella delle leggi democratiche”.

Una cosa è leggere di una tragedia, altra è viverne i luoghi e ascoltare sul posto il racconto di chi è sopravvissuto. Questo il giudizio comune di tutti gli studenti lucani che si sono recati nei luoghi emblematici della Shoah. In quei campi di concentramento in cui è ancora forte l’odore della morte i ragazzi hanno ascoltato dai sopravvissuti l’atrocità che la mente umana è riuscita ad esprimere. Racconti di violenze fisiche e psicologiche hanno rotto il silenzio assordante di quei posti. L’uso della violenza, è stato loro raccontato, era una pratica quotidiana, parte integrante della vita nei lager. Le vittime internate nei campi erano continuamente soggette a questa violenza, fine a se stessa e volta quindi unicamente alla creazione di dolore. “Era il frutto della follia collettiva dei nazisti, i quali avevano generato questo disumano piano di distruzione” (4).


“La follia oltre l’amore”

E quel frutto della follia hanno provato a metterlo in scena gli studenti dell’istituto Gasparrini di Melfi. “La follia oltre l’amore” questo il titolo dato alla storia che si svolge durante il periodo dell’antisemitismo. Protagonisti due giovanissimi, una ragazza ebrea e un ragazzo di razza ariana oppressi e condizionati da quelle folli argomentazioni pseudo scientifiche che vedevano gli Ebrei come “una specie parassita”, degna soltanto di venire estirpata in modo definitivo.

Sul palco la messa in scena delle assurde privazioni a cui erano sottoposti gli ebrei. Con la ricerca di immagini storiche, gli studenti hanno tentato di interpretare lo strazio vissuto da milioni di ebrei quando dovevano lasciare la propria abitazione, la città in cui erano nati e demolire le più comuni certezze che rendono l’esistenza degna di essere vissuta. Hanno rappresentato la violenza quotidiana nell’auto-privazione dei diritti elementari e che dovrebbero valere per tutti: quello di entrare in un qualsiasi negozio, di camminare libero per strada, di professare la libertà di pensiero, di frequentare la scuola più adatta, di poter aspirare ad un lavoro o, più semplicemente, come dice la voce della ragazza, “di guardare il sole sorgere e tramontare”. Su quella che potrebbe essere una bella storia di amore ha la meglio il buio della non conoscenza e dell’onnipotenza, e poi la sensazione della paura che alberga in ogni animo umano e, quindi, l’istinto di sopravvivenza. I due giovani innamorati, sorpresi da una pattuglia di militari tedeschi, dapprima vengono sbeffeggiati. Diventano oggetto di un sarcasmo assurdo e cattivo e poi la richiesta più inumana nei confronti del giovane: l’uccisione della sua amata per aver salva la vita.

Disumanità incomprensibile verso la quale è giusto e doveroso conservare memoria per evitare che venga cancellata dal tempo. Tutti i lavori degli studenti che hanno partecipato al progetto hanno focalizzato l’attenzione sull’esercizio della memoria. Ricordare per non cadere nella trappola dell’indifferenza, ricordare per affermare in maniera consapevole i valori condivisi che sono a fondamento della nostra identità. E’ stata un’esperienza, hanno affermato i docenti che hanno seguito i ragazzi in questo processo di conoscenza, capace di lasciare il segno, una iniziativa che ha dimostrato quanto sia importante spingersi oltre l’importantissimo momento didattico. Un percorso che ha visto scuola e istituzioni insieme, impegnate verso un unico obiettivo: rendere gli alunni cittadini ispirati ai principi della democrazia, all’amore della libertà, sempre nel rispetto delle persone. Una sinergia che ha prodotto frutti e che ha mostrato la validità e l’attualità del pensiero del pedagogista tedesco Wolfgang Brezinka quando afferma che “nessuna nazione moderna può lasciare l’educazione dei suoi giovani soltanto alle loro famiglie ed alle più ampie comunità di sostegno familiare” (5).

Note

1) Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1989. Grande Letteratura italiana

2) Tussi L. Il dovere di ricordare. La didattica dell’Olocausto, PeaceLink, http://www.peacelink.it/pace/a/35947.html

3)West Rebecca, Serra con ciclamini. Il processo di Norimberga e la rinascita economica della Germania, Skira

4) Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, pp. 83-84

5) W. Brezinka, Scopi dell’educazione nelle famiglie e nelle scuole pubbliche in situazione di pluralismo, in "Pedagogia e Vita", Brescia, La Scuola. 

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